Caro chicco di riso

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Caro chicco di riso,

sono la tua mamma, e credimi, mi tremano le labbra mentre sussurro questa antica parola: “mam-ma”. Ancora non ci conosciamo, ho solo intravisto le tue labbrucce e il tuo nasino in bianco e nero, e ancora di più ho desiderato di riuscire a meritarle queste sillabe primordiali.

Mi piace pensare che qualcuno lassù ti abbia fatto scegliere in quale ventre caldo dare il via alla tua vita. E tu dall’alto, scrutando il globo, abbia indicato con la manina proprio noi. Avrai visto i capelli corvini del tuo papà, la sua ventiquattrore e il romanzo che si porta sempre sotto braccio mentre va al lavoro. Lo avrai visto instancabile e caparbio raggiungere un obiettivo dopo l’altro. Lo avrai visto esagitato la domenica mentre non può stare seduto quando a Valentino Rossi riesce uno dei suoi sorpassi in curva. Lo avrai visto mentre prima di addormentarsi per darmi la buona notte mi accarezza con la sua mano d’orso. E avrai visto me, piccolino mio, e dopotutto, fortunatamente, ti sono piaciuta anche io.

Uno dei primi pensieri che ho fatto dopo avere scoperto il tuo arrivo ti sembrerà bizzarro. Avevamo appena ordinato un nuovo tavolino per il salotto, uno di quelli da rivista di home design, di marmo e ottone, e non ho potuto fare altro che chiedermi se ti sarebbe piaciuto. In quel momento ho desiderato fortemente  che tu fossi libero. Libero di dire “questo mi piace” e “questo non mi piace”. Libero di scegliere la tua strada, le persone da amare, i sogni da inseguire. Ho sempre creduto che il primo istinto di una madre fosse di protettiva appartenenza: “il mio bambino…”. Ma non è stato così al principio. È come quando ti trovi a contemplare il sole che se ne va dormire sul lago di Pfäffikon, tutto si tinge delle tinte complementari di terra, acqua e cielo. E tu desideri solo che quella meraviglia faccia il suo corso senza che alcun intervento umano la disturbi. Questo ho sentito, dolce chicco, una delle prime volte che ti ho immaginato come essere umano.

Ora ti muovi dentro di me, i piedini scalciano a destra e la schiena si inarca fiera a sinistra. Cosa posso sperare che i tuoi occhi vedano e i tuoi piedi percorrano in questa vita che verrà?

Beh, chicco, mi auguro che tu possa sperimentare l’euforia del gioco, quando si ride così tanto che senti la gola graffiarsi e il respiro faticare.

Che tu possa scoprire la natura, la matematica, la fisica e avventurarti nel paese immaginario della carta stampata. Ricorda che la fantasia appartiene a tutti questi mondi.

Che tu possa annoiarti, perché è confrontandosi col nulla che nascono le idee.

Che tu possa scoprire di essere un individuo in mezzo a individui, tutti uguali e tutti meravigliosamente diversi.

Che tu possa prenderti cura delle donne che incontrerai in varie occasioni e in vari luoghi, ma non come qualcosa di delicato che va protetto, ma come qualcosa di prezioso uguale e identico a te.

Che tu possa amare incondizionatamente e febbrilmente la pizza, quanto incondizionatamente e febbrilmente la amo io. Non c’è nulla che un impasto condido da pomodoro, mozzarella e basilico non possa magicamente mitigare.

Che tu possa provare quanto può gonfiarsi di fierezza la tua cassa toracica, dopo avere sudato ardentemente per un traguardo e averlo raggiunto.

Che tu possa stare ad ascoltare il rumore dei granelli di sabbia che si aprono un varco tra le dita dei tuoi piedi e poi respirare in profondità non appena la mano fresca del mare ne lava via ogni residuo.

Che tu possa viaggiare per il mondo ed entusiasmarti perché ogni Paese straniero che diventa casa è una finestra in più che si apre nella tua mente.

E, infine, che tu possa amare come solo chi non si risparmia sa fare. Sarà travolgente, raschiante e non ne uscirai sempre indenne, ma ti rialzerai e quando accadrà sarai alto qualche centimetro in più. Che i destinatari del tuo amore siano numerosi, qui su questo pazzo mondo e lassù oltre le nuvole, perché tutto torna indietro, tutto torna indietro.

Quando il segreto del tuo arrivo ci è stato svelato non eri nient’altro che un semino piantato nel mio caldo utero. Non avevamo un nome per il miracolo che sei e come si fa a non dare un nome ai miracoli. D’istinto e senza grandi ragionamenti abbiamo iniziato a chiamarti chicco, come il chicco di riso che si stava nutrendo di vita giorno dopo giorno dentro di me.

Caro chicco, non dimenticare mai, piccolo mio, che cosa sei stato e cosa stai diventando. Tutti noi siamo stati chicchi di riso e ora siamo miracoli.

Con amore, la tua futura mamma

LoreMaternity079

Le foto sono come sempre della mia fotografa del cuore, Lucia Fatima.

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